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  • Guido Grossi

Sappiamo di cosa abbiamo veramente bisogno?


Nel corso della vita, soprattutto durante una psicoterapia, può accadere di arrivare a un punto nel quale la strada che stiamo percorrendo si fa così stretta e disagiata da non permetterci di capire quale possa essere la nuova direzione verso la quale indirizzare le nostre energie. Nasce allora in modo naturale e impellente la domanda: «Cosa posso fare per uscire da questa situazione?».

La risposta che mi sembra più sensata è: «Capisco la drammaticità della tua situazione e l'urgenza di trovare un rimedio, ma l'unica cosa veramente efficace che puoi fare è stare a contatto con te stesso e sentire di cosa hai davvero bisogno in questo momento. I bisogni, infatti, fungono da bussola nel senso che dovrai poi indirizzare gran parte delle tue energie verso di essi».

Spesso la replica a questo consiglio è: «Sono talmente confuso e spaventato che non riesco né a sentire né a capire di cosa ho veramente bisogno». In realtà ciò non è del tutto vero dato che il paziente, anche se non ne è pienamente consapevole, percepisce almeno vagamente i propri bisogni che però sono spesso molteplici, in contrasto tra loro e percepiti a livelli di profondità e di difficoltà troppo differenti per poter essere soddisfatti. Non facile quindi fare una scelta verso la quale canalizzare le proprie energie.

Data la complessità dell'argomento mi limito a raccomandare ai pazienti, che si trovano in situazioni del genere, di fare attenzione a distinguere i bisogni primari, quelli che spingono alla vera risoluzione del problema, da quelli secondari o compensativi, il cui soddisfacimento serve solo a lenire temporaneamente il dolore.


Una mia paziente aveva avuto rapporti significativi con tre uomini, ma li aveva interrotti tutti a causa di forme diverse di intolleranza al legame e alla convivenza. Dopo l'ennesima rottura entrò profondamente in crisi, rendendosi conto di aver molta paura a vivere da sola. Fantasticava di ricucire l'ultima relazione oppure di trovare un altro compagno o, addirittura, di andare a vivere in una comunità. Mi diceva: «Sono disperata... non so più cosa fare». Le chiesi allora: «Ma di cosa hai bisogno veramente?». «Di avere un uomo che mi ami, mi protegga e non mi lasci scappare» e certamente questo le sembrava il suo bisogno primario. Le feci allora notare che, una volta soddisfatto tale bisogno, se non avesse modificato la propria incapacità a vivere da sola, avrebbe creato una nuova relazione di breve durata dato che si sarebbe nuovamente sentita “stretta”, in quanto dipendente dal proprio compagno. Trovare un nuovo partner era cioè un calmante provvisorio e non un vero rimedio alla sua solitudine. Approfondendo l'analisi dei suoi stati d'animo risultò evidente che il suo bisogno primario era quello di saper stare in piedi da sola in modo che il partner non avesse la funzione di un salvagente, bensì quella di un compagno di strada dal quale non dipendere ma con il quale migliorare la qualità della propria vita.

Analogamente il bisogno sentito da molti di lavorare e guadagnare di più non è un bisogno primario ma nasconde quello di sentirsi più bravi, pieni e riconosciuti.

Il bisogno di vivere una vita famigliare all'interno della quale avere più spazi per se stessi è comprensibile, ma nasconde spesso il bisogno primario di sentirsi più liberi interiormente. E potrei citare molti altri di questi esempi.

Cerco di chiarire meglio la differenza tra le due tipologie di bisogni.


a) Bisogni primari.

Sono quelli per soddisfare i quali l'individuo deve effettuare dei cambiamenti che lo rendano più maturo, più equilibrato e quindi sereno. I tipici bisogni primari, che compaiono spesso anche nel corso di una psicoterapia, sono quelli di:

- lasciarsi andare;

- conoscersi più a fondo;

- saper stare bene anche da soli, nutrendo, accudendo e proteggendo se stessi in modo da non dipendere eccessivamente dall'esterno;

- star bene nella propria pelle, accettandosi e volendosi bene;

- riempire il senso di vuoto che spesso ci si porta dentro;

- saper amare, in modo profondo e stabile, ciò che ci circonda e che abbiamo scelto.


b) Bisogni secondari o compensativi.

Sono quelli il cui soddisfacimento ha una funzione comparabile a quella di un medicamento e cioè di attenuare il dolore o il sintomo ma non curare veramente la causa prima. Personalmente li chiamo anche “bisogni calmanti” o “bisogni consolatori”. Per esempio:

- Una persona che non sa stare sola sente bisogno di amici, di un/a compagno/a, di attività o situazioni di gruppo; ma il soddisfacimento di questi bisogni può al massimo attenuare il senso di solitudine che scompare solo quando impara a stare sulle proprie gambe non usando gli altri come stampelle.

- Un individuo che ha un senso di vuoto interiore costante cercherà spesso di colmarlo aggiungendo alla propria vita attività, hobbies, sport e svaghi, riempitivi calmanti che non serviranno però a colmare il senso di vuoto.

- Una persona che ha un bisogno profondo di lasciarsi andare può surrogarlo con ballo, droghe, sesso, e in alcuni casi, anche meditazione (in realtà le vere finalità della meditazione sono l'aumento della consapevolezza e la centratura che possono però essere ottenute solo da chi è già, almeno in parte, in grado di lasciarsi andare). Si tratta però di palliativi che calmeranno solo momentaneamente le sue paure di fondo, quelle che le impediscono di lasciarsi andare e la obbligano a vivere costantemente in difesa, esercitando il massimo controllo possibile su se stessa e sull'esterno.

- Il bisogno primario di volersi bene, cioè nutrirsi, accudirsi e proteggersi da soli, può esprimersi in forma di bisogno di chiedere che tali funzioni vengano effettuate da una o più persone esterne. Ma quando soddisfiamo tale bisogno dall'esterno ci rendiamo conto che otteniamo sollievo e benessere ma, col tempo, anche una dipendenza che ci impedisce di stare in piedi sulle nostre gambe e di accudirci. Per provvedere a noi stessi dobbiamo pertanto essere consapevoli dei bisogni della nostra parte “piccola”, della quale dobbiamo diventare noi padre e madre.

Scrivo questa riflessione perché molte persone, pazienti inclusi, quando attraversano un periodo particolarmente doloroso del proprio processo evolutivo, soffrono così tanto da sentirsi disorientati e da confondere i bisogni primari con quelli compensativi. Tanto più che i primi, ammesso che il paziente li percepisca, appaiono spesso come mete troppo lontane, mentre i secondi sono più facilmente raggiungibili e di più rapida efficacia. È perciò naturale che in questi casi i pazienti ricerchino dei “calmanti” anziché dei cambiamenti profondi. Nulla di male a patto che non perdano di vista i bisogni primari al soddisfacimento dei quali, una volta superato il momento critico, devono rivolgere tutta la loro energia. Naturalmente, per ottenere cambiamenti significativi della loro struttura psichica, devono mettere in conto fatica e dolore che verranno però largamente ripagati dai risultati ottenuti.

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