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  • Guido Grossi

Non esistono un torto e una ragione


Non esistono un torto e una ragione, un giusto e uno sbagliato, ma solo due stati d'animo o punti di vista diversi. Questo è stato un principio guida che mi ha aiutato per tutta la vita.

Per questo motivo, anche se l'argomento è scontato, desidero condividere con voi alcune considerazioni soprattutto su quelle situazioni nelle quali la non-comprensione di questo principio comporta gravi conseguenze. Analizzo il problema relativamente a tre aree: quella individuale, quella sociale e quella religiosa.


• Uno dei problemi più diffusi, che causa perdite di energia e dolore, sono i conflitti che nascono tra coniugi, partner, genitori e figli e talvolta anche tra amici. Nascono quasi sempre dal fatto che ognuno dei litiganti pensa di aver ragione, poiché vive il problema solo dal proprio punto di vista. Si potrebbe dire che entrambi i contendenti abbiano ragione, ma che sbagliano pensando che di ragione ne esista una sola... naturalmente la propria. In realtà ogni divergenza nasce da una “diversità” che non viene presa in esame, dato che ognuno si concentra solo sul proprio punto di vista. Invece di litigare, i due oppositori devono avere ben chiaro che nessuno ha torto o ragione, ma che è necessario condividere la difficoltà/diversità con la quale si sono scontrati e cercare una soluzione mediando e mettendo da parte orgoglio e permalosità. Spesso, quando si presenta da me una coppia in difficoltà e talvolta già orientata alla separazione, il solo fatto di portarli, nelle prime sedute, a capire e accettare che nessuno dei due ha del tutto ragione crea rapidamente un miglioramento nelle loro capacità di comunicare e, di conseguenza, nella loro situazione emozionale.


• Sul piano sociale, le manifestazioni più disastrose di questa rigidità di pensiero le ritroviamo soprattutto in politica, nei conflitti bellici e negli scontri religiosi. In politica, quando mi capita di assistere a una discussione, mi colpiscono sempre la rigidità e la limitatezza logica degli interlocutori. Ognuno, pur capendo molto poco di macro economia e di sociologia, ritiene sempre che esista un solo partito “giusto” e che tutti gli altri sbaglino. Raramente le persone riescono a far risalire il diverso punto di vista politico alle differenze emotive e razionali che esistono tra gli individui a causa delle diverse storie famigliari, di vita, di cultura e di esperienze sociali. Tali differenze fanno sì che ognuno si identifichi più in una parte politica che in un'altra, quando invece nessuna di loro detiene tutta la verità. Mentre la miopia in individui di bassa o media cultura non mi stupisce particolarmente, mi allarma invece il comportamento dei partiti nei quali la presenza di persone di una certa esperienza e cultura dovrebbe rendere più facile sostituire la conflittualità con un'analisi serena e matura delle diversità, da conciliare nell'interesse del Paese. Questa è la teoria drammaticamente stravolta quando si assiste a certe sedute della Camera e del Senato nelle quali, invece della ricerca di una mediazione e di intese che pongano al centro di ogni decisione il bene del Paese, sembra di assistere a degli incontri di boxe dove l'unico principio valido non è neppure quello, già di per sé limitato, del “Vinca chi ha ragione”, ma quello ben peggiore del “Vinca il più forte”.

Non molto diversa la situazione nelle relazioni internazionali, dove si cerca spesso di trovare, a proprio vantaggio, una ragione e un torto che giustifichino il diritto del più forte a imporsi sul più debole. E così anche il razzismo deriva, in fondo, dal concetto: “Noi abbiamo ragione, loro hanno torto”.

Questa affermazione sostituisce un'analisi seria delle diversità non solo etniche, ma anche economiche e storiche, che bisogna cercare di conciliare per non entrare in una situazione di conflitto che, alla lunga, danneggia entrambe le parti. Nel razzismo poi, oltre al concetto di ragione e di torto, interviene quello ancora più deteriore di “superiore o inferiore”, concetto che può essere adottato solo da persone culturalmente limitate, dato che basta cambiare i criteri in base con i quali si giudica il valore degli individui per rovesciare il giudizio “superiore o inferiore”.


• Mi limito a poche parole sulle differenze tra religioni, ognuna delle quali, oltre a essere spesso una struttura di potere, lo fonda sul concetto fondamentale che il proprio Dio sia l'unico giusto. Personalmente ho molte perplessità sull'autenticità degli scritti con i quali si vuole  dimostrare che il proprio Dio è quello vero e gli stessi miracoli, anche volendoci credere, possono solo manifestare l'esistenza di forze sovrannaturali, che non sono proprietà privata di alcuna religione in particolare. Mi piace che ogni religione abbia i propri riti, espressione della propria storia, ma non concordo con l'atteggiamento di imporre valori e regole di vita come se fossero dettati dal proprio Dio. Faccio già fatica ad accettare o credere in una forza/entità sovrannaturale, ma mi si risparmi l'idea che esistano una religione e un Dio giusti (che dettano le regole) e altri sbagliati.


A conclusione raccomando vivamente a chi legge di non dimenticare mai che: “Non esistono un torto e una ragione, né un superiore e un inferiore. Esistono solo delle diversità da conoscere, accettare e mediare”.

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